Cosa è accaduto alla presentazione de I Fantastici 5 Sensi? Ce lo raccontano Simona Zedda e Irene Pinto /IT.A.CÀ migranti e viaggiatori

Ciò che colpisce subito entrando per la prima volta a L’Altro Spazio è la naturalezza con cui persone non udenti, ipovedenti e con disabilità motoria si muovono all’interno di questo caffè culturale. Jascha Blume e Nunzia Vannuccini, che l’hanno inaugurato due anni fa, hanno reso appieno l’idea di “altro spazio”: uno spazio in cui gli ostacoli psicologici, di comunicazione e più in generale il rapporto con le persone disabili, si azzerano; qui ognuno può sentirsi a casa, le distanze tra mondi distinti si annullano e nessuno deve rendere conto in alcun modo della propria diversità.

Ad accoglierci è stato Mauro Bigi, direttore di Local Pal, l’associazione che riunisce gli host bolognesi, persone che condividono le loro case con i viaggiatori che arrivano a Bologna e che preferiscono essere ospitati in un ambiente familiare, condiviso, in stretto contatto con chi vive la città tutti i giorni.

Dall’incontro di Mauro con Nunzia e Jascha è nato il progetto I Fantastici 5 sensi: un lungo percorso ludico-formativo in cui gli host bolognesi, guidati da persone con disabilità, impareranno a rendere le loro case accessibili e inclusive, in grado di ospitare una variegata gamma di persone.

All’incontro di presentazione e di inaugurazione di questa iniziativa a parlare per primo è stato Mauro, ormai di casa, e ha spiegato a tutti la natura del progetto e i suoi obiettivi:

«l’accessibilità di un luogo è una condizione necessaria dell’ospitalità di persone disabili, ma non è l’unico aspetto che va curato nell’ospitalità: è molto importante che le persone in generale, in questo caso gli host, decostruiscano i pregiudizi e superino le barriere psicologiche e culturali nei confronti delle persone disabili. Solo favorendo il contatto e il dialogo tra le persone è possibile cambiare la percezione delle persone disabili e il rapporto con loro».

Ma come si svolgerà i Fantastici 5 sensi?

Il percorso prevede una serie di workshop tenuti da persone con disabilità che insegneranno agli host bolognesi a rendere le loro case accessibile e accoglienti per sordi, disabili motori, ciechi e ipovedenti; lezioni interattive, informali di cui abbiamo avuto un assaggio proprio durante l’inaugurazione del percorso, dove Michele e Daniel hanno risposto alle tantissime domande degli host e, con grande umorismo e ironia, hanno raccontato una serie di aneddoti da cui emergevano proprio gli ostacoli psicologici e la  mancanza di conoscenza della vita quotidiana delle persone disabili. Oltre ai workshop, grazie al contributo di IT.A.CÀ migranti e viaggiatori, gli host andranno a trovare i ragazzi e le ragazze che terranno i workshop presso le loro case e, alla stregua di alcuni reality in TV, i formatori andranno nelle case degli host per aiutarli a rendere le loro case accessibili e inclusive. Dieci host faranno da ambasciatori dell’ospitalità a Bologna:

«Questo progetto è importante per imparare alcuni accorgimenti tanto banali quanto necessari ad agevolare la fruizione di un ambiente da parte di un non vedente, un sordo o un disabile di tipo motorio»

Dopo gli itinerari Nunzia Vannuccini insegnerà agli host le frasi chiave dell’accoglienza in Lingua Italiana dei Segni, una sorta di “LIS turistica” per dare al cliente sordo tutte le info utili sulla casa e sui servizi cittadini. Al termine del corso sarà realizzato un breve video rivolto alle persone sorde in cui gli host si dimostreranno preparati all’accoglienza, facendo sfoggio di quanto imparato durante la giornata di formazione. L’ultimo appuntamento del percorso sarà dedicato alle tecnologie che potrebbero essere utili non solo alle persone disabili ma alla comunicazione tra loro e gli host, per esempio, sempre a proposito dei sordi, ci sono dei dispositivi luminosi che sostituiscono il suono del campanello!

I risultati di questo affascinante viaggio “interculturale” saranno presentati l’ultima domenica di maggio all’interno del festival IT.A.CÀ.:

«Questo evento è molto importante la visibilità di Local Pal e dei suoi obiettivi, ma, soprattutto, è importante per dialogare su questi temi con i soggetti della città che si occupano di turismo»  Mauro Bigi, Local Pal

Mauro stesso si è ritrovato ad affrontare situazioni alquanto singolari nella sua gestione dell’associazione, come una volta in cui un host, dopo aver ricevuto la notizia che avrebbe ospitato una coppia di sordi, gli chiese aiuto per cancellare la prenotazione, perché non sapeva come gestire la situazione.

Pillole di viaggio di un sordo

Daniel, attraverso la Lingua dei segni, tradotta oralmente da Nunzia, ci ha raccontato come si svolge normalmente la sua esperienza di viaggio con Airbnb.

Daniel dice:

«Prima di prendere casa, evito sempre di dire in anticipo che sono sordo, non fraintendetemi, non perché mi  vergogno, ma perché temo e so che una buona parte dei proprietari di appartamenti si rifiutano di ospitare le persone sorde, bloccandosi di fronte a un ostacolo di comunicazione apparentemente insormontabile».

Daniel continua dicendo che, solo due giorni prima di arrivare in casa, informa l’host di essere sordo e, a quel punto, non gli resta che sperare che la cosa venga accettata:

«Molti trovano difficile il rapporto con una situazione inusuale; alla base c’è un pregiudizio sulla presunta difficoltà di una situazione altrimenti semplice; gli host si paralizzano davanti a una persona sorda perché non sanno come comunicare. Sembra banale da dire, ma esistono diversi modi di scambiarsi informazioni, come i messaggi scritti per telefono o su carta, i gesti, ma anche il labiale chiaro. L’unico vero ostacolo è costituito dalle persone che si bloccano di fronte a un sordo, addirittura lo temono; il problema della comunicazione si risolve soltanto nel momento in cui una persona si dimostra aperta al problema e a trovare un canale di comunicazione efficace»

Un host gli chiede: «Quali sono i bisogni di un sordo all’interno della casa in cui alloggia?

Daniel sorride e risponde: «non ho bisogno di nulla: cammino, ci vedo, niente di particolare»

Nunzia interviene raccontando un episodio divertente avvenuto durante uno dei tanti viaggi con il suo compagno, l’artista sordo Jascha Blume, co-fondatore de l’Altro Spazio:

«Che fossimo al ristorante o in un albergo Jascha veniva sempre escluso dalla conversazione; all’inizio pensavano che fossimo entrambi sordi e si sforzavano di comunicare con noi, ma, quando mi palesavo come udente, Jascha diventava invisibile. Dopo che ho constatato l’esclusione sistematica del mio compagno ho iniziato a fingermi sorda. Una mattina è arrivato il servizio in camera con la colazione con un dolcetto extra a pagamento. Il cameriere ha cercato di spiegare che il dolce fosse a pagamento e, dopo diversi buffi tentativi, ce l’ha dato gratuitamente».

Una difficoltà incontrata comunemente dai sordi in viaggio riguarda la loro richiesta di informazioni, aggiunge Nunzia, che suggerisce di disegnare una mappa, di scrivere o di servirsi degli smartphone!

Host: «Ma se non posso chiamare una persona sorda come faccio a rivolgermi a lui e attirare la sua attenzione?»

«Attraverso il battito dei piedi o mediante segnali luminosi, ma soprattutto muovendo le mani» Risponde Daniel.

Durante l’incontro gli host sono affascinati dalla lingua dei segni e vogliono saperne di più, allora Nunzia e Daniel improvvisano una lezione di lingua dei segni lampo.

Pillole di lingua dei segni

Nella lingua dei segni si può esprimere una parola nuova o particolare, attraverso segni corrispondenti alle singole lettere dell’alfabeto. Le parole più comuni, si esprimono generalmente con una parola intera attraverso un segno. Vi sono gesti universali (spesso usati anche da chi non è sordo!), come “mangiare”, “bere”, “dormire”, che sono usati dalla comunità internazionale dei sordi per comunicare tra loro.

Ci sono tante lingue dei segni quante sono le lingue parlate: la lingua dei segni, italiana, inglese, francese, quella parlata da Jascha e Daniel, la lingua dei segni olandese; anche se abitando in Italia da tanto tempo, ormai entrambi parlano la lingua dei segni italiana che a volte ibridano con quella olandese.

Le coniugazioni dei verbi non esistono. I nomi propri esprimono una caratteristica intima della persona: per esempio Daniele l’artista o Simona con gli occhiali.

Quando si entra per la prima volta all’interno di un gruppo sociale il nome proprio di una persona viene espresso facendo lo “spelling segnico” e aggiungendo la caratteristica che lo distingue dagli altri; in un secondo momento il nome proprio diventa un segno unico costituito dall’iniziale e dal particolare caratterizzante.

Pillole di viaggio di un ipovedente e di una cieca

Assistiamo poi al racconto di Michele, ragazzo ipovedente la cui ragazza e convivente è cieca. Michele fa il web designer, ama viaggiare e, insieme alla sua compagna,

si affida spesso a Airbnb, pur ricevendo spesso risposte del tutto prive di senso:

«Una volta siamo stati in un appartamento al terzo piano senza ascensore. La persona che ci ospitava, dopo che siamo saliti su per le scale, ci dice: – Ragazzi attenti, c’è un gradino davanti alla porta d’ingresso – Io ho pensato: – ma secondo lui tutti i gradini finora come li abbiamo fatti?».

Continua Michele: «Qualche volta chi ci ospita confonde cecità e sordità e ci siamo sentiti dire cose del genere: – Puoi dire alla tua compagna che il bagno è là?».

Le persone non vedenti, ci dice Michele sono del tutto coscienti dei loro rapporto con gli oggetti e con lo spazio in generale; nei loro confronti, è necessario soltanto un diverso approccio nel momento in cui arrivano nella casa ospitante. Sarebbe utile, oltre che gentile da parte degli host, prendere la persona sotto braccio (che è una prassi collaudata, propria del mondo dei non vedenti, non bisogna aver paura di avere un contatto fisico non voluto) e farle fare il giro della casa, spiegarle dove sono le cose, facendole toccare solo l’essenziale.

Una paura diffusa è quella di affidare i propri oggetti alle persone cieche; è una paura sempre legata allo stereotipo secondo cui i ciechi non abbiano la consapevolezza della dimensione spaziale:

«In realtà non bisogna aver paura di affidare i propri oggetti ai non vedenti. Il più delle volte le persone non vedenti vivono una vita in autonomia, si muovono agilmente all’interno delle loro case senza rompere niente e in casa d’altri si comporteranno esattamente come nelle proprie case. Io e la mia compagna conviviamo da cinque anni e non ho mai avuto nessun tipo di accortezza nei suoi confronti: gli oggetti di tutti i giorni, come in ogni casa, si trovano negli stessi mobili e ripiani, ecc.»

Naturalmente ci sono degli accorgimenti dettati dal buon senso, come non lasciare un vaso all’estremità di un mobile in una zona di passaggio, posizione, tra l’altro discutibile anche all’interno di una casa di persone vedenti. In questo caso sarebbe meglio spostare il vaso o, semplicemente, indicarlo alla persona non vedente.

Michele aggiunge che spesso un ostacolo per il non vedente che viaggia è il cane guida; infatti spesso gli host non accolgono animali in casa e ignorano il fatto che i cani guida sono cani speciali!

«I cani guida sono cani addestratissimi: non salgono su letti e divani, non andranno mai a rosicchiare i mobili, imparano subito in quali stanze possono e in quali non possono entrare».

Un aspetto che è emerso durante tutto l’incontro è l’importanza della comunicazione che deve essere chiara e funzionale alle esigenze delle persone (non solo disabili!):

«Nel mondo della disabilità – sottolinea Michele –  la comunicazione è sempre alla base di tutto. Qualche giorno fa in autobus, un ragazzo cieco ha chiesto a qualcuno dove fosse la porta di uscita; a quel punto, tutte le persone si sono fiondate su di lui e il ragazzo ha finito per non capirci più niente»

Non si tratta solo della comunicazione diretta, ma anche quella veicolata dai media (siti web, pagine facebook, ecc) che una persona consulta in preparazione del viaggio: «la descrizione sul web è fondamentale per chi non può vedere le foto. Se la casa è al terzo piano senza ascensore o ci sono altri ostacoli bisogna scriverlo.

Tra le informazioni essenziali che un host può dare alle persone cieche ci sono quelle su come raggiungere la casa e, nel caso in cui l’ospite viaggiasse solo e arrivasse di sera, un gesto carino sarebbe andarlo a prendere per evitare che abbia problemi a individuare il numero civico della casa, qualora non ci fosse nessuno per strada a cui chiedere; sarebbe anche gentile fornire informazioni su come raggiungere supermercati, fermate dell’autobus, ecc. dando istruzioni precise. Questo non significa che la persona disabile si pone in un rapporto di dipendenza dagli altri:

«La persona disabile non vuole essere dipendente da un’altra persona. Può essere dipendente dai suoi occhiali, dalla sua carrozzina, dal suo apparecchio acustico, mantenendo però un’autonomia che gli permetta di vivere la propria vita con la dignità di qualsiasi altra persona. Ogni giorno devo dimostrare a tutti di essere in grado di vivere; al lavoro di essere in grado di arrivare alla stanza, al computer, di saperlo accendere. Le informazioni di base sul mondo dei disabili mancano alla nostra società “civile”: l’informazione è alla base di tutto, e l’Italia da questo punto di vista è piuttosto indietro. Dietro una disabilità non c’è un dato di fatto e la persona non è lo specchio della sua disabilità; la persona è prima di tutto una persona»

Simona Zedda e Irene Pinto

IT.A.CÀ migranti e viaggiatori

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